DISABILITÀ E MONDO DEL LAVORO TRA POSSIBILITÀ E CAPACITÀ

Nel primo articolo della Costituzione Italiana, fondata il 22 dicembre 1947, si legge che l’Italia, intesa come popolo, è una Repubblica fondata sul lavoro, senza specificarne il sesso, le peculiarità soggettive o se vogliamo essere più precisi, le gradualità motorie o sensoriali. Nel secondo, viene garantita la tutela di tutti quei diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo e sia nella formazione sociale ove si svolge la sua personalità, attraverso l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica e sociale. A conferma di questo, l’articolo quarto, della nostra Costituzione, inizia proprio con la frase; “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale …”.

Credo che siano sufficienti queste poche frasi o righe del documento Costituzionale per comprendere che non è sufficiente una buona legge per garantire i diritti umani e questo lo si può capire semplicemente dal fatto che nonostante tutti i bei discorsi fatti da chi sa quanti anni, continua a sussistere una netta disparità tra uomo e donna, padrone e lavoratore e così via. Oltretutto, per il tema che stiamo trattando, va detto con molta chiarezza che non si può parlare di pari opportunità se si rimane inconsapevoli che come persona si nasce, limiti si possiedono.

Questa riflessione vale e riguarda, non solo il lato oggettivo della persona, ma tutta la sua integrità che consiste, non soltanto nella sua libertà di poter essere, ma soprattutto del suo divenire che si realizza, attraverso una propria e concreta realizzazione che avviene e si conquista tramite lo studio, il lavoro, la creazione di una famiglia e quant’altro. Riguardo a questo ultimo punto, va anche sottolineato che se le leggi vengono create e fatte, non semplicemente per un reale convivere civile, ma soprattutto per tutelare i diritti della singola persona, e tramite le stesse, valutare e salvaguardare le sue peculiarità intellettive e creative, esse rimangono incompiute se non sono sostenute sia nel senso economico e sia in quello programmatico e organizzativo, poiché, oltre a dover essere accompagnate da una coscienziosa evoluzione umana, hanno bisogno anche di risorse civiche, piuttosto che morali.

Una delle tante prove che ci dà conferma sul perché le leggi non potranno mai essere sufficienti alla tutela e salvaguardia dei diritti della persona, la riscontriamo in quella più importante sull'inserimento sociale dei cosiddetti 'Disabili' o 'Diversamente abili' se così vogliamo definirli. Come infatti, anche se nella prima metà degli anni ottanta del secolo scorso, per favorire un adeguato e progressivo cammino sociale di codesti soggetti, si pensò che fosse di primaria importanza iniziare con la chiusura degli istituti e con essi, le scuole differenziali, anche perché si credeva che questa sarebbe stata l'unica maniera possibile per avviare un valido percorso evolutivo, sia per loro stessi e sia per una società che all'epoca si trovava molto impreparata e disarmata, non solo sotto il profilo educativo all’accettazione, ma soprattutto in quello programmatico assistenziale ed evolutivo dei soggetti in questione. Fatto sta che nonostante tutti i decreti e le legislazioni, ancora oggi vi è carenza di maestre e insegnanti di sostegno, oltre che un programma mirato per soggetti con patologie gravi o difficoltà di apprendimento. Per questa cruda realtà, la signora Rima Maria, di Sassari, è stata costretta a ritirare la figlia da scuola, perché essendo autistica e non avendo l'insegnante di sostegno, era stata abbandonata a se stessa.

Riporto il pensiero scritto dalla giovane figlia; “Ho 19 anni sono una ragazza speciale con tanta volontà e dovrei frequentare il 4° anno all’Istituto d’Arte. Dico dovrei perché la mia mamma oggi mi ha ritirato da scuola. Passo le mie ore seduta in classe a guardare gli altri studenti e sapete perché? Perché non mi danno ciò che mi spetta. Le insegnanti e gli educatori. Quindi a malincuore lascio la scuola. Ora chiedo: politici, dove siete? In quanti mi risponderete? Chiedo a tutti di fare arrivare la mia voce più lontana possibile”. (Corriere della Sera, 4 Ottobre 2019).

Senza studio non vi è conoscenza e né futuro per chiunque esso sia. Non si ha la possibilità di crescere mentalmente, poiché è soltanto attraverso la conoscenza che possiamo distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, il corretto dallo scorretto e individuare i giusti mezzi del decidere, quali siano le cose che più ci interessano e su quest’ultime, costruire il nostro domani.

Se a distanza di quarant’anni e più, il mondo della scuola non è ancora in grado di provvedere ai bisogni essenziali dei ragazzi o giovani con particolari diminuzioni soggettive che possono essere sia pratiche che cognitive, figuriamoci se si può parlare d’inserimento lavorativo, se codesto non sia o viene sostenuto e condiviso da una responsabilità civica che possa tramutare, l'immutabile stato di assistenzialismo in vera collaborazione attiva con le persone interessate. Oltretutto vi è anche da dire che per quanto riguarda l’inserimento lavorativo della persona con limitazioni di scioltezza nei movimenti e non solo, nella Convezione dell’ONU del 25 agosto 2006, nell’articolo 27, vi è dichiarato che tutti gli Stati membri, “… riconoscono il diritto al lavoro delle per-sone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri; segnatamente il diritto di po-tersi mantenere attraverso un lavoro liberamente scelto o accettato in un mercato del lavoro e in un ambiente lavorativo aperto, che favorisca l’inclusione e l’acces¬sibilità alle persone con disabilità …”. Sottoscritto questo e nel riconoscere che non basta avere delle nobili intenzioni, affinché un buon principio si realizzi, lo stesso articolo prosegue indicando una serie di misure per “… garantire e favorire l’esercizio al diritto al lavoro, anche a coloro che hanno subito una disabilità durante l’impiego …” che dovrebbe essere posto in essere, non soltanto con l’effettiva demolizione degli ostacoli che il mondo del lavoro attualmente frappone, ma attraverso serie e sensate azioni tecniche e legislative. (Disabilità e lavoro: Un binomio possibile) -‘FONDAZIONE DON GNOCCHI – ONLUS’. Documento internet – Autori vari.

Certo, sotto il profilo etico e civilistico è perfettamente corretto anche riguardo al concetto delle pari opportunità, ma il mancato inserimento lavorativo dei soggetti con limitazioni d’agilità motorie o fisiche per meglio dire, non può essere giustificato alla crisi che da decenni ha colpito e sta attraversando il nostro Paese, anche perché, se da un lato il lavoro scarseggia per tutti, dall'altro o meglio, per chi possiede delle limitazioni di scioltezza motoria, non solo si ritrova a lottare contro i pregiudizi e le ingiustizie di una società, sempre più travolta e condizionata dalle apparenze, ma principalmente da tanti ostacoli emotivi e sensoriali che a volte possono sorgere anche nel proprio nucleo familiare, sia sotto forma di protezione illusoria e sia nella mancanza di fiducia del mondo esterno, oltre all'effettiva conoscenza delle concrete potenzialità di un figlio, apparentemente inidoneo al completo raggiungimento dei propri desideri od obiettivi.

Ciò ci conduce all'amara constatazione che uno dei peggior mali che possiamo recare agli altri sotto forma di bene, è proprio quello di dar tutto per scontato senza prima aver verificato. Se questo succede tra di noi, immaginiamoci se si possa pretendere che non accada nell'animo di una madre che per sua indole desidera solo il bene del proprio figlio.

Ritornando al nostro discorso e in particolar modo su le facili apparenze, vi è da dire che nonostante sia vero che l'essere autonomi, significa 'Autogestirsi', ciò non toglie che per qualunque persona, indipendentemente se si è bambini, giovani, anziani, si ha sempre bisogno di una città a misura d’uomo.

Per essere veramente tale necessita, non solo di scivoli o pedane per il libero transito di una carrozzella, anche perché non deve essere codesta a poter circolare, bensì la persona ad aver la possibilità di muoversi liberamente. Oltretutto, una Città per essere a misura d’uomo, necessità di specifici uffici di collocamento mirati non solo alla degnazione della ricerca di lavoro ma, soprattutto alla formazione del soggetto in difficoltà, come ci è ben indicato dalla legge n. 68 del 12 marzo, 1999 sulle ‘Norme per il diritto al lavoro dei disabili’ e che, dal gennaio 2000 ne ha disciplinato i criteri, cercando di renderle fattibili anche per quei soggetti o meglio, persone con limitazioni cognitive e cioè, coloro che in gergo, identifichiamo e chiamiamo ‘Insufficienti mentali’, fingendo di non capire che come all’handicap umano non vi è limite, l’incoscienza del proprio sé, è il peggior mal che una persona possa possedere.

Come Handicap significa ‘Ostacolo’ in qualcosa, è sufficiente un pizzico d’incoscienza sensoriale per tramutarci in autentici invalidi civili che consiste nell'abusare della propria abilità su piccoli bambini indifesi per picchiarli o maltrattarli; ammazzare la propria ex fidanzata, moglie, compagna o nascondersi dietro a un proprio credo per sottomettere e uccidere in nome di un Dio che tutto può essere, tranne che padrone dei propri figli e del loro uman vivere.

Essere ‘Invalido civile’, non ha nulla in comune con l’essere seduti su un trono a rotelle e, neanche la mancanza di possedere un linguaggio perfettamente chiaro, o occhi che non possono vedere e ammirare le meraviglie che circondano un essere umano, ma semplicemente, 'Mancanza di civiltà’ che certamente, può esserne privo anche un cosiddetto disabile, dato che anch’egli, essendo persona, possiede una propria emotività, che come tutti, non sempre ha la forza o preparazione sul come controllarla.

Specificato ciò, anche perché credo che come sia di primaria importanza saper distinguere un handicap da un’incoscienza sensoriale e una disabilità da una propria destrezza o personalissimo modo di fare, che come a sua volta, non ha nulla in comune con il poter raggiungere, allo stesso modo e a maggior ragione, l'essere in grado, non potrà mai essere verificabile, se a posteriori non si creano le possibilità, affinché esso possa esprimersi nella sua realtà.

Possibilità che non si racchiude semplicemente nel saper qualcosa, ma nel poter fare. Una possibilità del fare, che oltre a consistere nel potersi muovere liberamente tramite o attraverso ascensori, scivoli, mezzi di locomozione per carrozzine, necessita anche di locali idonei, i quali, non solo devono essere situati al pian terreno ma il loro interno deve essere arredato con mobilia comoda e su misura alle difficoltà del soggetto. Scrivanie comode e strette per poter avere tutto a portata di mano; interruttori non molto alti e prese non basse; bagni attrezzati con poggiamano e sanitari particolari; porte con apertura antipanico larghe e quant'altro.

Tutte cose e bisogni questi, non semplici da realizzare, anche perché, come ogni persona ha o possiede una sua originalità sotto il profilo pratico, la disabilità o meglio, le limitazioni agitali, non essendo tutte uguali o del medesimo grado, necessitano da parte dei datori di lavoro e dalle industrie immobiliari di un minimo approccio con l’interlocutore. Obiettivo questo, certamente non facile.

Senza voler generalizzare, vi è anche da dire con un po' d'amarezza che a tutte queste problematiche che una persona con difficoltà oggettive deve affrontare, molte volte ci si aggiungono quelli di tipo genitoriale, i quali se sotto l'aspetto affettivo possono apparire come un fatto di protezione emotiva nei riguardi del proprio figlio, in pratica non è altro che il risultato o frutto di un bene contorto.

Contorto perché? Semplicemente dal fatto che il voler il bene di un figlio, soprattutto se costui è o si trova con particolari realtà o limitazioni, non sta nel convincerlo che sia meglio evitare illusioni o brutte esperienze e con ciò, tramutarsi in pionieri e protettori della sua tranquillità interiore, perché questo è l’unico modo per tutelarlo e tenerlo lontano da delusioni, amarezze e umiliazioni, senza accorgersi o rendersi conto che così facendo, non avrà mai la possibilità di sentirsi veramente libero e autenticamente persona compiuta.

Sì, certo, l'amore di una madre è l’atto più nobile e prezioso che un figlio può avere e se poi, a questo si allarga anche a tutti gli altri componenti del nucleo familiare, sia¬mo proprio al top. Il bene può diventare, quando prende le forme dell’Assistenzia¬lismo, nel senso che si ferma alla scuola dell’obbligo, senza poi, pensare e lottare a suo fianco per il concreto raggiungimento dei suoi desideri e obiettivi che sono i due punti essenziali che permettono a ogni soggetto umano di sentirsi parte viva in se stesso, oltre che attivo collaboratore nel e verso il benessere del mondo a lui circostante, non solo il nemico peggiore da cui sapersi acquistare o conquistare la sua fiducia, ma più dolorosamente, il gradino più alto d'affrontare e saper superare.

Solo nel momento in cui - e grazie a Dio, sono in minoranza -, i genitori, in particolare, la parte materna, troverà la forza di trasformare la delusione del parto in coraggio, potrà accorgersi ed essere cosciente che come dove non c’è un sogno non esiste futuro, in egual misura, non vi è una disabilità tanto grave da non permettere sia la realizzazione di se stesso e sia l’orgoglio d’essere semplicemente madre e orgogliosamente sostegno di un figlio che desidera semplicemente essere radice delle sue possibilità e frutto della propria destrezza.

NOI: UN PRESENTE CONDIZIONATO DAL PASSATO

Anche s’è di una naturalezza infinità che sin dal primo momento che usciamo dal ventre materno, ognuno è proiettato verso il futuro per raggiungere la realizzazione del proprio essere persona attraverso lo studio, il lavoro e quant’altro, va anche detto che la nostra esistenza o vita quotidiana, è composta da momenti sovrapposti e contraddittori tra loro, i quali creano nel nostro essere - Anima -, dolori o gioie, sofferenze e speranze, insicurezze e piccole certezze. Oltretutto, se è vero che ogni cosa come ha un inizio e una fine o può svanire improvvisamente, sia con o senza una ragione plausibile, cos’è il futuro? Esiste veramente o è una parola che serve esclusivamente a sostituire il termine speranza? Domani vado al cinema; da grande voglio fare il medico; fra tredici mesi e mezzo mi sposo e ci saranno 200 invitati ... e molte altre aspirazioni ancora. Ecco, il nostro Vivere, sta nell’avere le idee chiare su cosa fare o realizzare. Ciò serve per il nostro benessere e per eguagliarci agli altri; e questo stato di fatto non è che si ha solo nel momento in cui abbiamo un’idea chiara di ciò che desideriamo concretizzare nella vita, ma per tutto l’arco della nostra esistenza e con nessun vincolo d’età. Basta tener vivo l’intelletto e la voglia di voler raggiungere senza abbandonarsi mai a stessi, perché se pur vero che molte volte si perde l'entusiasmo di fare e di desiderare, in fondo al nostro animo vi è sempre un desiderio o un qualcosa da soddisfare o d’adempiere per raggiungimento del nostro benessere. Detto così, il discorso non fa una piega, ma vi è anche da dire che se è pur vero che indietro non si può ritornare perché la nostra esistenza è solo a senso unico, più veritiero è che, nonostante siamo proiettati sempre in avanti, il futuro non lo possiamo determinare noi. O meglio: esistiamo solo noi, con i nostri progetti e programmi che cerchiamo di realizzare e portare a termine con la nostra forza di volontà e determinazione, senza pensare mai che tutto potrà finire o essere perso nel nulla. Ciò che ci fa più male e a volte ci distrugge emotivamente, sta nel non mettere mai in conto e tenere presente che, come ogni cosa nasce anche muore. Così allo stesso modo, ciò che costruiamo o creiamo può essere anche perso, perché può esserci rubato e non soltanto dagli altri, ma in modo atroce da una crudele sorte o da una fatalità inaspettata. Non forse, ma è certamente questo nostro non mettere in conto, che come noi siamo mortali, tutto può finire: ad esempio un grande amore, una grande amicizia, una gioia e una speranza; un giorno triste come uno sereno o un matrimonio che può finire per svariati motivi o incomprensioni reciproche. Oltretutto, credo che come nell’amore, anche nella perdita di una vera amicizia vi è una sofferenza grande, dato che le due cose, come ci aiutano e guidano verso il rafforzamento del credere in noi stessi, altrettanto donano la gioia di essere e soprattutto sentirsi, non importanti, ma addirittura, vitali per qualcuno. Solo con chi ci ama o è amico veramente, oltre al coraggio di parlare per raccontarci le nostre paure, addossandoci vicendevolmente delusioni, sofferenze, segreti intimi e profondi, troviamo anche e soprattutto la libertà di sfogarci, piangere senza vergogna; giacché sicuramente non saremo giudicati e tanto meno visti come dei piagnistei. Il ciò non toglie, però, che come singoli si nasce, soli si soffre: e non perché gli altri facciano fatica a comprenderci o i veri e autentici amici improvvisamente diventano indifferenti, ma per il fatto che come si ha un corpo, un’anima si possiede, in egual misura, com’è unico e originale il nostro sentire, nessuno potrà assimilare e comprendere in modo autentico ciò che l’altro prova o in animo suo patisce. Anche se si è simili, ognuno è un ineguagliabile da un qualunque altro “Sé”. Tutto si può uguagliare, tranne il sentire della propria anima, da cui viene fuori la cosiddetta ‘Reazione emotiva. “La tragedia della vita è ciò che muore dentro ogni uomo col passar dei giorni”, diceva Albert Einstein, soprattutto nel momento in cui ciò che la vita ti dona, qualcuno o qualcosa al di sopra di essa ci porta via senza compassione o pietà. Sicuramente per gli intellettuali o filosofi e con maggior particolarità, i cristiani, giudicheranno questo mio pensiero come uno dei peggiori sentimenti pessimistici e nichilistici, ma dato che la vita di ogni persona è animata da una individuale emotività, se da un lato si sviluppa con l'appagamento dei suoi bisogni, dall'altro si deteriora e si deprime attraverso i drammi e le sofferenze del proprio esistere. Il dramma del saper valutare o distinguere il giusto dall’errato oppure, il radicale dal razionale, sta nella radicalizzazione del proprio sentire, anziché dal possedere la capacità di saper trovare un equilibrio che sia accettabile e condivisibile da tutti, soprattutto nel momento in cui tutto appare senza Dio o collegato a un Dio senza potenza. Radicalità nel senso che, come si è singoli e si appartiene a un se stesso che sta in quella propria peculiarità del proprio sentire e provare emozioni e sensazioni le quali, se da un lato sono nutrimento del proprio animo, dall’altro provocano lo svuotamento del proprio credere. Perciò credo che non sia per nulla facile l’accettazione di eventi semplicemente negativi, ma atrocemente drammatici, soprattutto nel momento in cui, anche per un plausibile motivo, si fa fatica a capire se fu la sorte o un crudele fato a potarti via ciò che la vita ti aveva donato sotto forma di compenso per quel che la natura o le circostanze avverse ti avevano negato. Sì, è vero, e ne sono concreto testimone. Se a ognuno di noi la natura ha tolto o negato qualcosa, nonostante le sue ambiguità, contraddizioni e avversità, la vita è sempre pronta a ricompensarci con sorprese che oltre a lasciarci senza fiato, ha tutte le sembianze che voglia o desidera chiederci scusa per come s’è presentata a noi e al nostro divenire, anche se, come già detto, l’adempimento del proprio destino dipende esclusivamente dalla volontà e dalla forza di crederci, poiché se è pur vero che la cosa più importante per qualsiasi persona è il raggiungimento della propria realizzazione nello studio, nel lavoro e nel crearsi una famiglia, ve né un’altra dal valore illimitato, insuperabile e imprescindibile: l’amicizia. Quella che nascendo per caso, cresce nella spontaneità che non sta nel progettarla ma nel credere in un qualcosa che né tu e il tuo animo poteva pensare che fosse possibile. Ecco cosa è il destino della natura umana: non solo portare a termine il proprio dovuto, ma ricevere sorprese anche inaspettate, che nel toglierti dalla solitudine materiale ed emotiva, ti consenta di vedere orizzonti che ti gratificano l’animo, facendoti sentire una persona nuova, oltre che ricompensata in tutto ciò che hai sempre creduto. Si dice che col tempo tutto passi, che si affievoliscono anche i dolori più grandi e le atroci sofferenze. Sì, è vero che il tempo cura le ferite, ma solo le visibili sul corpo, che in gergo son chiamate ‘Cicatrici’. L'animo o lo spirito, invece, li abbandona a ognuno per se stesso! Oltretutto se fosse vero che la fede in un Dio, potesse aiutarci a spazzare via dalla nostra mente e da quel pozzo senza fondo che in gergo si chiama Anima, tutti i nostri ricordi, sofferenze, sensazioni, emozioni e gioie, non saremmo persone, bensì dei banali atomi in funzione di un qualcosa che per valorizzarsi avrebbe bisogno solo di una perfetta funzionalità oggettiva, anziché essere come lo siamo, fautori di una propria sensitività soggettiva. Un qualcosa come ad esempio, l’incontrare un qualcuno che oltre aver fiducia in te, attraverso il suo appoggio pratico, emotivo e spontaneo, fa di tutto affinché tu possa raggiungere gli obiettivi e desideri che, anche con tutta la tua forza di volontà e determinazione, non avresti mai potuto portare a termine o realizzare. Sì, irraggiungibili per te ma non per mancanza di volontà e determinazione, bensì perché la natura, il caso o la sorte non ti hanno fatto nascere con le stesse agilità motorie di una qualunque altra persona e ciò che peggio sta che oltre alla negazione nei di muoverti liberamente, di esprimerti attraverso un linguaggio fluido e chiaro, ti ha abbandonato a te stesso con l’eterno enigma di non sapere se fosse stato meglio, essere totalmente cerebroleso, piuttosto che cosciente di ciò che sei e dei desideri che hai e vorresti realizzare. Detto questo, vorrei anche aggiungere che nonostante abbia avuto molte difficoltà, sofferenze e amarezze durante il mio cammin di vita e che, tutt’oggi non comprenda a pieno il senso puro dell’esistere, son sempre rimasto dall'idea o convinzione che non è stato il forcipe la principale causa della mia amara sorte. Tuttavia, anch’io ho i miei dubbi, soprattutto sull’esistenza della giustizia divina. Il forcipe è solo l'attrezzo che mi causò limitazioni motorie, linguistiche e anche nell’intelletto come dice o direbbe qualcuno, il resto appartiene a me e alle persone che mi hanno circondato con uguale colpevolezza e responsabilità. Rispetto a quanto detto, col passar degli anni ho verificato in prima persona che non è per nulla vero che esiste l'autosufficienza in una persona e non solo dal punto di vista pratico, ma principalmente in quello sensoriale e spirituale. La natura a chi ha tolto la vista, a chi l’udito, a chi l’intelletto o la sensibilità e con ciò, come vi sono persone che non hanno la possibilità del camminare, esiste anche quella con poca umiltà e rispetto, non solo verso se stessa, ma principalmente e più responsabilmente nei confronti di un proprio prossimo. Se la natura o le circostanze del caso ci privano di qualcosa, la vita non ti lascia mai soli se ognuno si affidi a essa e con me fu molto generosa e lo fu così tanto da sembrare che volesse rimproverarmi delle mie paure, angosce e tormenti, che in parole semplice significa, non aver mai accettato la mia condizione. Sì, accettata perché, come non è per niente facile rassegnarsi e viverla giorno dopo giorno, in egual misura si ha desiderio anche di avere un amore, farsi una famiglia con dei figli e quant’altro. Desideri questi che significano semplicemente vivere pienamente la propria esistenza, poiché si ha l’umile e concreto bisogno di sentirsi e, soprattutto, avere un piccolo e prezioso pensiero per qualcuno. Molte volte avrei preferito nascere cerebroleso - incapace d’intendere e di volere - per non saper distinguere il bene dal male, il buono dal cattivo e l’ipocrisia dall’onestà. Ciò non toglie però, che io non sia ipocrita, opportunista, permaloso e talvolta cattivo come tutti. Soprattutto nei momenti in cui ci si vuole difendere da qualche azione malfatta o per un interesse personale. In fondo siamo tutti un po’ vigliacchi con noi stessi, nel senso che per colpa dell’egocentrismo a voler sempre di più, non ci si rende mai conto di quello che abbiamo e di quanto siamo stati fortunati e s’è pur vero che il significato o il valore delle cose si capisce solo nel momento che ci mancano, un conto è perderle per sbagli commessi, trascuranza o ingenuità per o verso lo scontato, altra cosa è quando quello che hai, ti vien rubato da una fatalità troppo crudele e infame nei riguardi nostri e della vita stessa. Non c'è nulla di logico o d’insensato in tutto questo, né tanto meno vi è cinismo o pessimismo; ritengo invece che questa realtà ti costringe a essere dei presenti senza futuro, dato che il nostro vivere sensoriale è sempre sottoposto a molteplici e infiniti perché, spruzzati da piccole e modeste speranze. Chi sa se supererò l’esame? Chi sa se troverò lavoro? Chi sa se mi pagherà? Chi sa se stasera tornerò a casa per riabbracciare il mio amore e i miei figli? E tanti altri interrogativi che, mescolandosi con programmi o progetti del nostro vivere quotidiano, creano nell’animo umano la speranza che possa andare o procedere tutto bene e, principalmente, che ogni cosa possa andare nel verso giusto. 

Ciò significa che, come il nostro desiderare e progettare sono il sale del nostro vivere quotidiano, altrettanto veritiero è che tutto è sospeso un filo. Un filo così sottile e delicato che neanche la nostra massima attenzione, può o sa metterci al riparo da ciò che può essere irreparabile. Salvarci dal fato no, ma riprendere la quotidianità sì. Almeno fin quando la gente non sente suonare le campane per venire a darti, a tua insaputa, l’ultimo saluto, dato che vi è sempre tempo per ricominciare, riacquistare la speranza di un domani migliore e ciò anche quando sembra che tutto ti è contro. Vi è sempre tempo anche per trovare nuovi amici, un nuovo amore, interessi e quant’altro; salvo, però, che delusioni, amarezze, sconfitte e l’abbandono verso il proprio credo iniziale non abbiano permesso alla morte di appropriarsi della tua anima, anziché del tuo corpo. Realtà questa che potrebbe essere assolutamente inevitabile che succeda, se il fato, il caso o chiunque esso sia, compresa la volontà di un Dio detto dei cristiani, ti porta via qualcosa di prezioso che prende il nome di amicizia, collaborazione, solidarietà, amore, marito, padre, fratello, nonno o più semplicemente, ciò che un'anima umana può desiderare e custodire per la disponibilità del suo amore incondizionato verso la vita. Credo sia giustamente e profondamente corretto sostenere che, se non si vuole inciampare e cadere nel pozzo della più oscura disperazione o dannata solitudine interiore, è di primaria importanza saper ritrovare in noi stessi, la volontà o quel minimo coraggio che possa permetterci di ricominciare nuovamente da zero. Per i grandi moralisti e intellettuali questa è, o sarebbe, l’unica alternativa che si ha per evitare quel dannoso e degradante senso di sopravvivenza, che ti avvolge senza accorgetene a sentirti inadeguato e smarrito anche nelle cose più semplici ed essenziali. Facile a dirsi, anche perché se è pur vero che tutto può ricominciare e avere un volto nuovo, non credo che possa succedere quando si perde non un semplice amico ma qualcosa molto più grande. Un qualcosa come può essere quel qualcuno che nonostante le tue limitazioni fisiche e morali, ti ha consentito sempre di essere libero nel poter fare e così raggiungere l’effettiva realizzazione di un qualcosa che agli occhi degli altri appariva irrealizzabile. Si ricominciare, ma da cosa? Da dove poter ripartire nel momento in cui il fato o la causalità della sorte ti ha tolto ciò che la vita ti aveva donato come ricompensa del torto subito dalla stessa natura? Perdere qualcosa di caro o di prezioso, come lo è un membro della famiglia o un vero e ineguagliabile amico, improvvisamente e senza aspettarselo non può essere paragonabile allo smarrimento di un mazzo di chiavi o del telefonino, né tanto meno al dispiacere che si può provare se ci rubano la macchina o un qualcosa in cui noi tenevamo molto. È un qualcosa di devastante per il nostro vivere, poiché si tratta d'aver perso ciò che, oltre a rafforzare e tenere in vita le nostre speranze, ci donava anche la concreta libertà di poter essere te stesso. Ti ritrovi improvvisamente solo e hai la sensazione che tutto si è perso nel nulla; esattamente come quel fratello, marito, padre, amico fedele che, per una manovra sbagliata, un vecchio trattore s’è portato via con tutti i suoi desideri e i suoi progetti che andavano oltre a un se stesso e un unico io. Umberto Fiorillo o semplicemente, Umberto, era il mio corpo in movimento, le mie ali, le mie gambe, le braccia e la mia voce. Era semplicemente un me stesso, diviso in due corpi. Che brutta bestia, il fato! Ti toglie tutto senza preavviso, essendo privo di sentimenti e di emozioni come lo è la vita. O meglio: non avendo né passato e né futuro, in quell’attimo di presenza, è così atroce nella sua crudeltà che, oltre a portar via l’aria per i tuoi polmoni e succhiarti il sangue delle vene, ti ruba ciò che per te è di più caro e prezioso, come può essere un affetto e una stima sincera. Si tratta del sostegno che, oltre a sostenerti nel collaborare alla realizzazione dei tuoi progetti e dei sogni che sono le radici da cui nascono e germogliano le vere e indiscutibili speranze del tuo vivere quotidiano, ti riempivano di viva emozione ogni istante della tua giornata, pur non essendo presente. Com’è vero che siamo un presente con un incerto futuro, è’ assolutamente falso sostenere che il guaio è per chi muore, poiché il dramma è per chi resta in vita, soprattutto per coloro che lo intravvedono con gli occhi dell’amore e sentono attraverso la voce del silenzio di un’anima, invisibilmente sepolta nel suo ricordo indelebile.